Dafne Carli

Foto: Alex Tattoli

Fin da piccola sono sempre stata affascinata dalle infinite possibilità del corpo. Mi attraeva il movimento delle ginnaste ma mi ritrovai in una squadra di atletica leggera dove, attraverso la corsa di resistenza, ho avuto la possibilità di misurarmi con il misterioso e affascinante territorio in cui si incontrano e si sfidano i limiti fisici e mentali.

La danza è stata per me una “vocazione tardiva”. Durante le uscite notturne del mio primo anno di università scoprii che danzare fino all’alba era ciò che più mi rendeva felice. Decisi di conservare quindi la notte per dormire: mi servivano energie per studiare danza di giorno.

Mi trovavo già in un percorso professionale di Terzo Teatro quando vinsi una borsa di studio per continuare gli studi di filosofia alla Sorbonne di Parigi. Entrai una sola volta alla Sorbonne e per il resto mi iscrissi a tre scuole per studiare capoeira, danza classica e ginnastica acrobatica. Un incidente al ginocchio durante una lezione all’Ecole Nationale du Cirque mi portò dritta in sala operatoria e mi costrinse all’immobilità. Alla ripresa maturò in me la consapevolezza di aver spinto la pratica fisica in un’espressività esclusivamente maschile: a contatto con la capoeira il corpo rifiutava semplicemente di muoversi.

Il desiderio di esplorare un’energia femminile e il pretesto di raccogliere il materiale per la tesi di laurea in antropologia mi portarono in India. Quasi per caso: perché né nelle fascinazioni per mondi altri né nei miei studi avevo mai contemplato l’Oriente come possibilità.

La visione della danza odissi non lasciò spazio per altro. Come forse ogni passione, fu anche un’ossessione, e mi tenne in India per sette anni. L’ho desiderata sopra tutto e ad ogni costo e per fortuna che la prima scuola in cui cominciai lo studio, Nrityagram, contemplava anche la pratica dello yoga. I primi anni lo yoga fu lo strumento che mi permise di danzare nonostante il grave incidente al ginocchio; in seguito mi fu semplicemente chiaro che lo yoga permea la danza ben oltre il piano fisico.

Ho continuato a sfidare i miei limiti fisici e mentali, ho continuato a volere fino allo sfinimento quando molti anni dopo, e già in Europa, in seguito a un profondo lutto ho incontrato lo yoga del Kashmir insegnato da Eric Baret. Attraverso il semplice ascolto che è al cuore di quest’arte, ho percepito a quale violenza avessi sottoposto il corpo. E quello che avevo cercato per lunghi anni con sforzi immani, si è dischiuso in pochi mesi senza sforzo alcuno: le articolazioni si sono liberate, la colonna vertebrale ha lasciato andare le tensioni profonde ma soprattutto, il volere ha lasciato posto al sentire. La danza non era più un ideale esterno a cui tendere ma una verità da lasciar emergere da dentro.

Lo yoga è sempre stato lo sfondo silenzioso che nutre la danza. La danza è il mio modo di stare nel mondo.

Continuo a danzare e a praticare con la sensazione di aver appena cominciato a scoprire un universo.

 

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