Contesto culturale

La danza odissi è originaria dell’Odisha, regione sulla costa nord-orientale dell’India. La cultura oriya, fin dall’antichità attraversata da diverse correnti religiose, è oggi profondamente influenzata dal culto di Jagannātha (una forma di Viṣṇu), il cui tempio principale si trova a Purī, una delle quattro città sante dell’India. 

Nel tempio di Jagannātha circa millecinquecento persone sono incaricate dei diversi doveri rituali. Le māhāri (danzatrici consacrate alla divinità) erano le uniche donne affiliate al servizio del tempio: il loro compito quotidiano consisteva nel cantare e danzare per la divinità. 

La danza, considerata come un mezzo d’adorazione (pūjā), era uno dei possibili modi di relazionarsi al divino. 

Dal tempio al teatro: la creazione della danza odissi

Durante il XIX secolo, a causa del nuovo senso della civiltà e soprattutto del pudore importato dagli inglesi, le danze dell’India caddero in forte discredito. In particolare le danze delle māhāri subirono il definitivo tracollo poiché la loro pratica era equiparata alla della prostituzione. Lo scalpore suscitato dall’istituzione delle danzatrici del tempio causò infine la loro abolizione.

Attorno agli anni ‘20 cominciò a sorgere in varie parti dell’India un movimento per il recupero della danza e della tradizione “classica”, in nome di un’identità hindu nazionale.

Anche in Odisha negli anni ‘40 la danza era per lo più sinonimo di degenerazione morale; fu solo grazie al lungo lavoro da parte del movimento sorto per la “rinascita della tradizione”, che lentamente cominciò a essere praticata anche da ragazze di buona famiglia.

Lo stile Odissi nasce sul finire degli anni ’50 dal recupero di tradizionali forme di danza dell’Odisha, dallo studio dei bassorilievi scultorei dei templi e dall’analisi testuale di antichi trattati sulla danza (il Nāṭyaśāstra e l’Abhinayadarpaṇa).

Il lavoro congiunto dei principali maestri e intellettuali dell’Odisha portò infine alla codificazione della tecnica e del repertorio dello stile Odissi. La nuova forma di danza che andava componendosi doveva essere presentata innanzitutto sui palcoscenici dei teatri. Le danzatrici non erano ormai più servitrici del tempio, ma delle professioniste che potevano fare della danza il loro mezzo di sostentamento.

Spirali, quadrati, linee e cerchi: la danza odissi tra simmetria e asimmetria

Come ogni danza classica indiana, la danza odissi si fonda su un solido lavoro dei piedi basato per lo più sulla loro percussione al suolo. I piedi vengono utilizzati come veri e propri strumenti che, trasmettendo l’impulso dalla terra alla parte superiore, energizzano il corpo.

Le forme essenziali di questo stile nascono a partire dal dialogo tra i piedi, il bacino e la colonna: un continuo gioco in cui il corpo si scopre tra le simmetrie di linee e quadrati e le asimmetrie di posture che traggono la loro ispirazione dai bassorilievi scultorei.

La quiete della simmetria viene puntualmente infranta dalla comparsa di pose asimmetriche animate da spirali: un’energia che nasce dalle radici, sale al bacino e alla colonna per espandersi nello spazio attraverso il disegno di linee, cerchi e spirali a opera delle braccia e delle mani. 

Questa “incurvatura dell’equilibrio” caratteristica dell’odissi produce sorpresa, spingendoci a uscire dal ritmo ordinato della simmetria e a confrontarci con l’inaspettato.

Come si svolge la lezione

La lezione inizia con l’ascolto del respiro e dei propri appoggi per centrarsi nel momento ed entrare nella spazialità interna. Ogni parte del corpo è un universo che richiede di essere minuziosamente investigato e assimilato prima di essere messo in relazione con la globalità.

Si viene invitate alla danza con progressione, cominciando dalle fondamenta – i piedi – per risvegliare il corpo e fornire un chiaro messaggio di radicamento. Si risale quindi verso le articolazioni delle ginocchia e delle anche per creare un allineamento rispettoso della struttura anatomica di ognuna e si scopre infine il bacino, la grande porta d’accesso dove giacciono le risorse indispensabili per poter danzare. 

Affermate la basi attraverso piedi e bacino, si entra nel “mondo di sopra”: il torso, fluido e flessibile, le braccia, veri e propri pennelli con cui disegnare e proiettare lo spazio interno fuori dal corpo, la testa, il collo e infine gli occhi, le finestre attraverso cui fluiscono le nostre emozioni. Un posto speciale hanno le mani, che con il loro linguaggio disegnano lo spazio in modo astratto o attraverso precisi simboli (hastamudrā).

Le parti del corpo, così scoperte e interiorizzate attraverso una ripetizione consapevole, vengono collegate tra loro. Lo studio della dinamica attraverso l’ascolto del peso e degli interstizi tra un passaggio e l’altro conducono  alla danza, esplorata sia sul silenzio che sul ritmo. Il silenzio permette di indagare le dinamiche senza essere incalzate dall’esterno, mentre il ritmo, adeguatamente compreso con la ripetizione delle sillabe ritmiche che creano il tappeto sonoro, permette di aprirsi a una nuova energia. 

Tali unità, scoperte nelle diverse posizioni di simmetria e asimmetria, conducono infine verso brevi  sequenze coreografiche e al lavoro col gruppo.

Le difficoltà e i limiti che inevitabilmente si incontrano lungo il percorso ci pongono di fronte alla nostra interiorità: integrarle nella danza, comprendendole, risolvendole o semplicemente smussandole, porta inevitabilmente ad approfondire la conoscenza di sé.

Dalla forma esterna alla sensazione interna: un diverso orientamento pedagogico

La danza odissi, come tutti gli stili di danza indiana cosìddetti “classici”, è un efficace sistema psico-fisico che può portare a importanti trasformazioni quando praticata con coordinate di riferimento che tengano conto della fisiologia sottile del corpo.

Secondo lo yoga e l’ayurveda, l’antica medicina indiana, siamo composti da un corpo “a strati”. Il primo e più vistoso involucro è il corpo fisico ed è in questo primo strato che ci imbattiamo quando cominciamo lo studio di una tecnica di danza muovendo muscoli e articolazioni per incarnare una forma esterna.

Quando passiamo da un movimento meccanico, in cui la forza muscolare è considerata l’elemento cardine, a un movimento ricercato attraverso la sensazione e il respiro, ci si dischiude piano piano al secondo strato del corpo, più sottile del primo: il corpo di energia.

Ricercando il movimento attraverso un corpo che si esplora e si conosce attraverso il respiro e la sensazione, si accede a un’attivazione energetica dello spazio corporeo e si passa “dal fuori  al dentro”. L’accento non viene più posto su un’ideale forma esterna da incarnare e la danza viene scoperta dall’interno. 

La precisione tecnica, elemento essenziale per poter accedere a una libertà espressiva, non viene imposta con metodo normativo, ma piuttosto scoperta attraverso la suggestione di immagini e sensazioni che permettano alla persona di trovare da sé le coordinate entro cui muoversi.

La danza è una forma di yoga?

Nella tradizione indiana l’arte è una disciplina (sādhana), una forma di yoga e un’offerta al divino (yājñā). 

Tradizionalmente la danza era un’offerta alla divinità: in segno di adorazione si offriva la danza così come venivano offerti fiori, cibo  incensi e molto altro. In questo preciso senso la danza è un’offerta, ma non è da intendersi solo in senso religioso.

Deve al contrario esser compresa anche in senso laico: offrire il proprio essere alla danza può significare “offrire la propria energia” a qualcosa di diverso dal mondo materiale che ci circonda, a una realtà invisibile agli occhi che pure ci chiama a sé.

La danza è considerata una disciplina: una pratica abituale che diventa strumento di conoscenza di sé. In quest’ottica la danza è una forma di yoga, uno strumento che permette di indagare la propria natura più profonda “coperta” dai condizionamenti che ci portiamo addosso, per avvicinarci al nostro Sé più reale.

Ascolto, attenzione, dedizione e ricerca della bellezza sono aspetti comuni sia alla danza che allo yoga (quest’ultima è centrale nello Śivaismo Kaśmiro).

In ultimo non si dimentichi che lo stile odissi, intrinsecamente legato alle sculture dei templi, pone un importante accento sulle pose e quindi sulla quiete nel movimento. Anche se oggi incalza una tendenza virtuosistica legata alla velocità, non si deve dimenticare che in origine lo stile odissi si caratterizzava per un ritmo moderato.
Nella nostra visione, solo onorando una certa lentezza la posa scultorea può essere adeguatamente abitata e assaporata: quell’intervallo di riposo tra una dinamica e l’altra, quella improvvisa meraviglia in cui si placa l’agitazione del mondo.

Foto: Maddalena Boero, Maura Tuveri, Danceroutes

A cura di

Dafne Carli

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