Lo yoga che proponiamo trova il suo fondamento nello yoga non duale del Kashmir così come conosciuto nell’insegnamento di Eric Baret.
Districare la pratica yoga
La pratica inizia sempre nel silenzio, un silenzio senza pretese che dà il benvenuto e invita non al fare, ma all’essere.
Si passa poi a deporre il proprio peso sul suolo e con esso l’armatura della nostra quotidianità, per stimolare la disponibilità a incontrare un corpo senza difese.
Si prosegue con l’ascolto del respiro per permettere un incontro sensibile del corpo. In posizione seduta o sdraiata, attraverso piccoli movimenti che consentono di esplorare il bacino e la colonna, entriamo più in intimità con i luoghi d’elezione su cui riposa l’essenza delle pose, accogliendone tensioni e resistenze.
Spogliato così il corpo dal rumore del quotidiano, con un mentale più quieto e una fresca disponibilità, la lezione può evolvere in una pratica in cui si privilegia l’indagine di come ci muoviamo e l’esplorazione dello stare nella posa.
In entrambi i casi il punto è riconoscere con chiarezza tensioni, abitudini e schemi motori per potersi incontrare in una nuova modalità.
La pratica si conclude nel silenzio, in posizione seduta o sdraiata.
Non ci proponiamo di meditare, solo di stare con quello che c’è, in uno spazio più allargato e quieto, dentro un corpo un po’ diverso, forse un po’ più svuotato e leggero.
A stare nel limite si raggiunge l’illimitatezza
Questo approccio mira a rendere l’individuo sensibile all’ascolto passando attraverso l’ascolto del corpo.
Le posizioni non sono un fine da raggiungere, ma un mezzo per portarci in contatto con le nostre resistenze.
Fin da piccoli ci viene insegnato che il limite, la resistenza e il disagio sono ostacoli da superare. Siamo sistematicamente allenati a lanciarci oltre, a battere con la volontà quello che resiste.
In questo approccio, al contrario, la resistenza è una porta d’accesso. Scopriamo che a stare nel limite si raggiunge l’illimitatezza e che fino a quando ci infrangiamo contro il muro della resistenza considerandola una nemica non facciamo che rafforzare e fortificare i nostri schemi.
Quando si sta al di qua del limite, senza urtare quel confine che attiva nel nostro sistema una reazione di difesa, succede che il limite si sposta con naturalezza e senza sforzo, aprendoci così la via per esplorare il territorio illimitato e pieno di sorpresa che è il corpo.
Fare un pò di meno per sentire un po’ di più
Fare di meno può essere difficile e dare meno soddisfazioni all’inizio poiché i condizionamenti della nostra cultura ci insegnano che è con lo sforzo, la fatica e le grandi azioni che si raggiungono gli obiettivi. Poiché in questa pratica non ci sono obiettivi, se non stare con quello che ci nutre, possiamo concederci di non portare lo sforzo con noi sul tappetino.
Nel IX secolo in India già avevano compreso che a stare nel sentire piuttosto che nel fare si poteva accedere a una via diretta per uscire dai propri schemi (corporei e quindi mentali). In occidente hanno cominciato a dircelo le neuroscienze nel secolo scorso, ma il messaggio sembra ancora piuttosto impopolare per poter scalzare il paradigma secondo cui per realizzarsi è necessario “fare tanto e con fatica”.
La volontà soffoca la sensibilità: a lavorare il corpo attraverso la volontà – di diventare migliori, di essere persone più spirituali e così via – non si fa che rafforzare l’immagine che si ha di sé, allontanandosi dalla possibilità di scoprire che forse siamo un po’ dissimili da come siamo abituati a pensarci, sentirci e immaginarci.
La proposta è quella di provare a stare nel corpo in modo un po’ diverso:
- muoversi con lentezza per poter sentire le intime sfumature di quello che si presenta, ascoltando la relazione tra le parti
- deporre l’ambizione di essere migliore per concedersi il rischio di osservare cosa succede quando la volontà si placa e la sensibilità si risveglia
- stare entro i propri limiti per permettere al corpo di organizzarsi con più chiarezza e fiducia
Quando si depone l’aspetto volitivo, il fare per il fare, si crea la possibilità di agire attraverso una diversa intelligenza, più grande di noi: il fare per sentire.
Attenzione, presenza e immaginazione
Immaginare un movimento prima di svolgerlo all’inizio può risultare impegnativo poiché si lavora su un piano poco familiare, ma come si allenano i muscoli, si allena anche questa capacità. Porre l’attenzione, rimanere presente alla sensazione e aprirsi all’immaginazione del movimento: questi sono i cardini entro cui si muove lo yoga del Kashmir.
L’immaginazione è molto utilizzata nel mondo dello sport, in una certa corrente della danza e dell’arte e ancora troppo poco in ambito rieducativo.
Il cervello mentre noi immaginiamo un movimento prepara il percorso che il corpo attraverserà creando le condizioni perché questo si svolga in un modo più chiaro, fluido e organizzato.
In questo approccio i termini anatomici sono poco utilizzati proprio per permettere all’immaginazione di muoversi in territori meno colonizzati dai nostri schemi.
Entrare nel corpo attraverso attenzione e presenza significa attraversare con l’immaginazione lo strato fisico più grossolano, quello muscolare, il primo a venirci incontro quando pensiamo al corpo. A rimanere nei muscoli facilmente si rimane imbrigliati nella propria volontà. Immaginare spazio nelle articolazioni, viceversa, ci permette di deporre le tensioni muscolari e scendere ad uno strato più sottile dove può avvenire un lasciar presa delle tensioni profonde.
Ad un secondo livello, attingere alla potenzialità dell’immaginazione ci permette di costruire nuove possibilità. Costruire tramite l’immaginazione movimenti che ancora non riusciamo a compiere crea nel nostro cervello la concreta possibilità di trasformare il nostro modo di muoverci, sentire e quindi di stare al mondo.
Yoga: scoperta e meraviglia
Nel nostro approccio, la parola corpo è utilizzata non soltanto nell’accezione di corpo fisico, ma comprende al suo interno anche lo strato energetico emotivo, psichico e spirituale. Poiché questi strati si intersecano e si influenzano reciprocamente, ne consegue che quando riconosciamo e modifichiamo uno schema di movimento agendo sul corpo fisico, questo cambiamento si riflette su tutti gli strati. Il corpo diventa così lo strumento attraverso cui trasformiamo e conosciamo noi stessi.
L’insegnante, in questo contesto, è qualcuno che suggerisce, indica una possibile via, non è un modello da imitare né detiene la verità su ciò che è giusto o sbagliato. L’insegnante è lì per stimolare ognuno a cercare per sé la soluzione migliore, affidandosi al proprio intuito con spirito giocoso e per nulla competitivo.
La metodologia utilizzata coltiva la lentezza e i piccoli movimenti. In questa pratica il corpo è messo al centro, in qualunque forma si presenti: grosso, magro, flessibile, rigido, disabile o abile.
È un approccio democratico accessibile a chiunque perché richiede solo di avere un corpo e di mettersi al suo ascolto, scoprendo con meraviglia i naturali sentieri entro cui fluisce il movimento: la giusta misura per sé.
Dicono di noi
Sono anni che frequento questo spazio, grazie alla cura e dedizione di Dafne che fa di ogni lezione una bellissima e nuova esperienza.
Fantastica realtà in cui lo yoga è davvero per tutte le persone. È al centro in ogni senso.
L’insegnamento di Dafne è prezioso e accurato: prende per mano l’allievo con delicatezza e non verso mondi in cui si mettono a rischio le cartilagini in modo permanente.
Grazie per la lezione di yoga. Sono momenti molto preziosi nelle mie giornate, sappilo.
Grazie per le lezioni di yoga. Questi momenti senza pressione, senza spingere e stringere mi hanno aiutato molto per resistere durante questo periodo a Torino.
Entrare a Multikulti è stata una scoperta. Grazie alla guida di Dafne il lavoro sul corpo si fonde con la ricerca interiore.
Luogo di riferimento nell’esperienza di una studentessa a Torino. Ho avuto qui il piacere di conoscere e appassionarmi alla danza indiana Odissi e allo yoga tantrico del Kashmir.



